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 Novacoop

Il 4 ottobre 1954, a Torino, nasceva il Magazzino di previdenza promosso dalla locale Società generale degli operai. La storiografia, in genere, è concorde nel riterene questo istituto la prima cooperativa italiana, perché tutte le esperienze precedenti avevano avuto sempre un carattere estemporaneo o si erano caratterizzate per la scarsissima operatività. Esso svolse una funzione centrale per la promozione di nuove cooperative di consumo nella regione, e più in generale per un ruolo di sostegno e di indirizzo al resto del movimento. A livello nazionale, il Piemonte fu in una posizione di avanguardia per tutto l’Ottocento: nessun’altra area italiana conobbe una così alta concentrazione (e simbiosi) di società di mutuo soccorso e di cooperative. Nel 1899, la nascita dell’Alleanza Cooperativa Torinese (ACT) consolidò il movimento piemontese, e specialmente il settore del consumo; nel 1917, l’Act era la terza cooperativa italiana del comparto, con vendite annue per circa 30 milioni di lire (che sarebbero quasi triplicate nel giro quattro anni). Anche il Piemonte settentrionale, nello stesso periodo, risultava una delle aree dove era più radicata la cooperazione di consumo, tanto che le federazioni del settore di Novara e Pallanza (che svolgevano funzioni di magazzino all’ingrosso) erano tra le più attive in Italia. La violenza fascista e il successivo inquadramento delle strutture del movimento cooperativo in una inedita cornice autoritaria e corporativa non influirono in maniera eccessivamente negativa sull’economia dei vari sodalizi. Sul finire degli anni venti il Piemonte contava ben 513 cooperative di consumo, dotate di 682 spacci e con quasi 140 mila soci.
 
Dopo la seconda guerra mondiale, i due poli storici della cooperazione regionale restavano Torino e il Novarese, anche se esistevano molte altre piccole cooperative sparse nelle altre province; nel 1962 ne risultavano censite ancora ben 453. L’eredità del fascismo pesò particolarmente sul destino della gloriosa ACT che, essendo stata trasformata in Ente morale nel 1923, avrebbe necessitato di una completa riorganizzazione. Si trattava di un complesso che contava, nel 1953, 88 negozi nella città di Torino e 69 nel resto del Piemonte, con 61.000 soci. Essa venne sì data in amministrazione a due rappresentanti della classe operaia (Gino Castagno, socialista e Guglielmo Marcellino, comunista), che si adoperarono per ottenere una restituzione della cooperativa ai soci, ma la riforma dello statuto varata nel 1958 non accolse tale impostazione, decretando che solo 6 consiglieri su 12 fossero eletti dai soci (gli altri erano nominati dal Ministero del Lavoro). Da un lato, i rappresentanti locali della DC non volevano lasciare la cooperativa interamente nelle mani dei partiti di sinistra, ma è anche vero che il massimalismo della sinistra torinese dell’epoca considerava la cooperazione, specie quella di consumo, uno strumento della lotta di classe e quindi non si impegnava più di tanto in una battaglia di modernizzazione delle sue strutture.
 
Fu così che l’andamento economico dell’ACT prese a deteriorarsi notevolmente. I negozi diventavano sempre più antiquati e le perdite di esercizio che si accumulavano venivano tenute a bada grazie all’esistenza di un vasto patrimonio accumulato dal passato. Un importante tentativo venne esperito per porvi rimedio negli anni ’60. Quando il vecchio direttore generale dell’ACT si ritirò, il senatore socialista torinese Filippa invitò un giovane dirigente dell’AICC, il dott. Enea Mazzoli, a partecipare al concorso indetto per l’assunzione del nuovo direttore. Enea Mazzoli vinse e si trasferì a Torino per tentare di venire a capo del risanamento dell’azienda e del suo ritorno ai soci. Restò a Torino dal 1962 al 1968, collaborando con il presidente avv. Piero Zanetti. Passi avanti vennero fatti sul piano economico: il recupero e la successiva alienazione dello storico palazzo di Corso Siccardi insieme alla lottizzazione dell’area di Corso Turati, retaggio della componente ferroviaria dell’ACT, permisero di pagare parte dei debiti. L’abbandono di attività improduttive come il panificio, il salumificio e la torrefazione fece migliorare un po’ i conti, mentre vennero mantenute le 8 farmacie alquanto redditizie e l’enopolio di Moriondo. Nel 1968 la rete distributiva contava ancora 91 spacci in città e 77 nel resto della regione, ma solo in 26 era stato introdotto il libero servizio.
 
I problemi veri, ossia la totale ristrutturazione di una rete di vendita polverizzata (ogni negozio oscillava tra i 40 e i 100mq) e la riorganizzazione del sistema di approvvigionamento potevano essere solo affrontati facendo chiarezza sul destino istituzionale dell’azienda, ma questo risultava impossibile con gli equilibri politici locali. Mazzoli concepì allora l’idea di abbandonare l’ACT al suo destino e di fondare una cooperativa ex novo, che poi avrebbe ereditato quello che restava dell’ACT. Ma i tempi non erano ancora maturi. Mazzoli tornò quindi all’AICC, che nel frattempo si rifondava come Coop Italia, e da lì continuò a contribuire agli sviluppi della cooperazione di consumo in Piemonte. Intanto nell’ACT, dopo la dipartita di Mazzoli, la linea della ristrutturazione continuò ancora più drasticamente; gli spacci extraurbani vennero chiusi e la miriade di piccoli punti vendita accorpati in quattro grandi superfici (Piazza Respighi, Via Roveda-Mirafiori Sud, Corso Vercelli, Corso Gabetti), che mostrarono un buon apprezzamento da parte dei consumatori, ma non permisero ai conti dell’ACT di tornare in attivo, nonostante l’apertura di un nuovo magazzino di approvvigionamento da parte di Coop Italia a Leinì (1970). Infine, nell’ottobre 1972, un po’ per l’ormai accertata impossibilità di ACT di continuare, un po’ per la presa d’atto da parte sindacale dell’importanza di una rete distributiva che difendesse il potere d’acquisto dei salari, si decise finalmente di dar corso alla costituzione di una nuova cooperativa, di cui venne firmato l’atto costitutivo il 12 gennaio 1973 con il nome di Cooperativa Piemonte. Ad essa dovevano essere dati in gestione i quattro punti vendita dell’ACT e il magazzini di Leinì. Ma gli importanti sviluppi di questa vicenda coinvolgono altri soggetti.
 
Il 5 giugno 1945 era nata ad Omegna una cooperativa operaia Cusio-Ossolana con tre rami di attività: consumo, trasporti, costruzioni. Alla fine del 1945 la rete di vendita era di 5 spacci e il ramo consumo venne ribattezzato Casa del Popolo di Omegna, che nel 1949 aderì alla Legacoop e all’AICC. Nel 1953 iniziarono i lavori per la costruzione della nuova sede e dei magazzini sociali, con un totale di 3000 ore di lavoro prestate gratuitamente, mentre continuavano ad essere aperti nuovi spacci; nel 1955 ne risultano funzionanti 12, ma già nel 1957 i conti erano in rosso. Si procedette allora ad una prima ristrutturazione ed ammodernamento della rete. Molte furono le iniziative sociali della cooperativa che qui come altrove funzionava da vero e proprio centro organizzativo di attività sportive, di solidarietà, di socialità, di turismo sociale. A partire dal 1963, incominciarono i contatti per fusioni di piccole cooperative. Nel 1964 si diede mandato all’AICC di approntare uno studio per l’eventuale unificazione e riorganizzazione delle rete di vendita. Le resistenze campanilistiche e personalistiche erano dure a morire, ma nel 1966 avvenne la fusione con la cooperativa di Verbania, formando l’anno dopo Unicoop, con l’adesione di molte altre piccole cooperative (Oleggio, Nibbiola, Castelletto Ticino, Trecate e Coop B. Cairoli di Novara), per un totale di 38 spacci. Presidente venne eletto Albano Gallarotti e vicepresidente Gianfranco Bighinzoli (che diventerà presidente nel 1969).
 
A partire dal 1968, Federcoop avanzò con sempre maggiore insistenza la proposta di creazione di una cooperativa regionale, il cui motore principale doveva essere Unicoop. Molte piccole cooperative espressero parere favorevole, ma esisteva, come abbiamo visto sopra, la complicata situazione torinese e vi era anche un’altra cooperativa importante, di cui parleremo fra poco, che ancora riteneva di poter procedere autonomamente. Unicoop continuava comunque nel suo ruolo di polo di aggregazione di coop minori e nel 1970, in occasione dell’incorporazione di altre cooperative (Vercellese, Alleanza Coop Valdostana, Pratenghese, Pertengo, Varallo Pombia, Tortona), cambiò la sua denominazione in Unicoop Piemonte e Valle d’Aosta. Nel 1971 la rete di vendita era composta di 18 spacci, di cui 5 supercoop, 3 superettes, 7 self-service e tre circoli ricreativi. I tentativi di dar luogo a qualche altra concentrazione intanto continuavano. Si provò con Coop Liguria e Unicoop Lombardia, ma senza successo, mentre si riproponeva la questione anche con le altre realtà piemontesi.
 
Nel gennaio 1973, il presidente Bighinzoli partecipò alla costituzione a Torino della Cooperativa Piemonte, sottoscrivendo una quota di capitale. Bighinzoli presentò una proposta, dove si insisteva sull’unificazione tra la neonata Cooperativa Piemonte e l’Unicoop Piemonte e Valle d’Aosta, unificazione che venne deliberata nel corso del 1974 e diventò operativa dal 1975, insieme con l’adesione di molte altre cooperative. Nacque così la Coop. Piemonte (col puntino!), con 14 supercoop, 5 superettes e 2 self selfservice. Il presidente Bighinzoli adottò una strategia di forte espansione: alla fine del 1976 i supercoop erano 21 e si stava per aprire un supercoop veramente grande a Biella. Ma molti fattori concorsero a produrre grosse perdite di bilancio, non tutte contabilizzate nei bilanci ufficiali: la concomitanza fra riorganizzazione ed espansione in assenza di risorse proprie adeguate; la difficile coabitazione con i rappresentanti dei sindacati; gli anni neri della prima crisi petrolifera, con il suo forte strascico di inflazione. Nel ’77 la perdita raggiunse i 2,5 miliardi, pari all’11% delle vendite.
 
Fu così che importanti decisioni dovettero essere prese a livello degli organi nazionali. La decisione nazionale fu assai tormentata, perché anche Coop Liguria, Coop Lombardia e Coop Romagna Marche erano in grave crisi, mentre anche le altre coop matrimonialmente più solide non se la passavano bene. La maggiore esposizione era sopportata da Coop Italia, il che rendeva la questione rilevante per l’intera cooperazione di consumo della Lega. Dalla prima riunione plenaria emerse una valutazione negativa che faceva propendere per la liquidazione delle situazioni più compromesse, come quella di Coop. Piemonte. Un successivo ripensamento, innescato dallo stesso Riccioni, portò alla proposta, accolta non all’unanimità, di un intervento drastico: riequilibrio finanziario con lo smobilizzo immediato di tutto il patrimonio immobiliare; cambio del gruppo di vertice in tutte le funzioni chiave; immediato distacco temporaneo di quadri qualificati da Coop Italia e dalle maggiori cooperative di altre regioni; rinnovo del Consiglio di Amministrazione e uscita della componente sindacale con la sostituzione del Presidente e dei Vice Presidenti; fissazione degli obiettivi di recupero di efficienza (margini lordi, produttività del lavoro, vendite a mq).
 
In poco tempo, la gestione tornò in equilibrio grazie al concorso della cooperazione di consumo e dell’Unipol. Unipol Spa, Coop Italia e Coop Modena acquistarono, a valore di perizia, tutto il patrimonio immobiliare, consentendo a Coop. Piemonte di azzerare l’indebitamento oneroso, di realizzare plusvalenze tali da coprire quasi totalmente le perdite pregresse e pulire, quindi, gran parte delle appostazioni di bilancio. Si cambiarono i vertici aziendali e una nutrita squadra di persone professionalmente valide provenienti da Coop Italia e da altre Cooperative venne a rafforzare la gracile struttura interna; alcune di queste si fermarono stabilmente in cooperativa.
 
Fra questi ci fu Fabrizio Gillone, che fu distaccato da Coop Italia come direttore generale alla fine del 1977 (formalmente a partire dalla metà del 1978) e divenne presidente nel 1979, dopo un breve intermezzo di Eraldo Conti. I sindacati uscirono dal CdA, e con questo il puntino dopo Coop cadde in disuso. Con il 1980, la crisi era superata, ma l’impegno di Gillone e dei suoi collaboratori ad incidere profondamente sulla cultura interna alla cooperativa e sui modelli di consumo continuò. Ma prima di scorrere gli ultimi 20 anni della cooperazione piemontese occorre introdurre un terzo soggetto.
 
L’antica Cooperativa Casa del Popolo Lavoratore di Galliate riprese la sua operatività subito dopo la fine della guerra con l’assemblea straordinaria del 10 giugno 1945 che elesse il nuovo CdA. La sua vita scorreva piena di attività sociali per tutto il corso degli anni ’50, mentre negli anni ’60 si provvede a qualche ammodernamento della rete, ma il primo supercoop venne aperto solo nel 1969. Il dibattito sulle fusioni della seconda metà degli anni ’60 vide una posizione isolazionista della Coop CPL, sostenuta dal presidente Nino Airoldi. I rapporti tra Coop CPL e Federcoop erano tesi. La prima decise persino di dissociarsi da Coop Italia, ritenendola una struttura troppo costosa, e non aderì al Fincooper; persino il contributo a Federcoop venne contestato, mentre il marchio rimase diverso. Particolare attenzione venne però dedicata all’ammodernamento e alla produttività, così che nella Relazione del CdA del 1973 si affermava che Coop CPL si sarebbe collocata in una classifica di produttività in testa all’elenco delle 27 maggiori coop nazionali, con 3 supercoop (diventati 5 nel 1975) su 8 negozi. In realtà, i conti di Coop CPL furono sempre in ordine e le prospettive di espansione ben disegnate. La crisi della cooperazione di consumo piemontese della seconda metà degli anni ’70 non toccò Coop CPL, che anzi si felicitò di essere rimasta fuori da quel processo di fusione che stava dando tanti problemi. L’incremento delle vendite fu continuo e ben al di sopra degli elevati tassi di inflazione, mentre i risultati di bilancio furono sempre positivi. A partire dal 1979, però, iniziò un riavvicinamento tra Coop CPL e ANCC. Nel 1979 venne reinserita in Coop CPL una linea qualificata di prodotti coop. Nel 1981 Coop CPL si associò al Fincoop Piemonte spa, mentre riapriva rapporti con la Lega regionale e con Coop Italia, reinserendo gradualmente altri prodotti coop, ma mantenendo autonomia di scelta. La progettazione delle nuove strutture venne effettuata con l’ARCC. Nel 1985 nacque in Coop Piemonte il progetto di realizzare il primo ipermercato a Beinasco, ad un’uscita della tangenziale di Torino. Il progetto fu discusso dal presidente dell’ARCC con Coop CPL, che siglò il protocollo di intesa per la costituzione di una Spa paritetica con Coop Piemonte, a dirigere la quale venne messo Nino Naretto. Dopo l’apertura dell’ipermercato nel 1988, si incominciò a parlare di fusione tra Coop Piemonte, Coop CPL e Ipercoop Spa.
 
Ormai i motivi di perplessità di Coop CPL sulla correttezza manageriale di Coop Piemonte – o delle altre strutture centrali della cooperazione di consumo - non avevano più ragion d’essere, mentre la eccessiva ristrettezza territoriale di Coop CPL cominciava a rivelarsi limitativa. Alla fine, anche il presidente di Coop CPL Mario Airoldi divenne un sostenitore convinto della fusione, che avvenne nel 1989, al compimento degli ottant’anni di Coop CPL, e si volle realizzare alla pari. Per questo motivo, non si ritenne di assumere il nome di Coop Piemonte, ma si decise per un nome tutto diverso, Novacoop, un nome che venne proposto dall’allora vicepresidente di Coop Piemonte Lino Guatteo.
 
Ancora per un paio di anni ci furono delle difficoltà dovute alla difficile omogeneizzazione di due cooperative molto diverse, poi Novacoop ha assunto una sua stabile configurazione, con una crescita continuativa, particolarmente accentuata sul canale iper. Al 2003 Novacoop conta 51 supermercati e 9 ipermercati, operando in tutti i capoluoghi di provincia del Piemonte e in altri 43 comuni, oltre a 3 comuni della Lombardia, confinanti con la provincia di Novara. I suoi punti di forza restano Torino e Novara, dove effettua il 65% delle vendite, ma ha in programma di aumentare la sua presenza negli altri territori, aprendo altri 10 ipermercati e alcuni supermercati.
 
Fonte:
V. Zamagni, P. Battilani, A. Casali, La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino, 2004.
 
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