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 Coop Tirreno

Coop Tirreno nasce da una cooperativa di consumo piombinese. A Piombino, città eminentemente operaia legata all’acciaio fin dai primi anni del XX secolo, il movimento socialista era tradizionalmente forte ed aveva sostenuto lo sviluppo di parecchie cooperative in vari settori economici. Nel 1893, in tutta la Toscana esistevano ben 169 cooperative di consumo e la provincia di Livorno era fra le più dinamiche; la prima guerra mondiale ed il fascismo ridimensionarono solo parzialmente questo tessuto associazionistico, che negli anni trenta poteva vantare ancora una buona cultura imprenditoriale. La ripresa dopo i traumi della seconda guerra mondiale fu sollecita e il 26 febbraio 1945 veniva ufficialmente costituita la Cooperativa Popolare di Consumo fra operai, impiegati e artigiani “La Proletaria”. I sottoscrittori iniziali furono 30, ma a fine 1945 si era giunti a 3.686 soci. Gli inizi furono miseri, perché non si trovavano merci da vendere: nel primo spaccio aperto si vendette castagne e farina di castagne. La cooperativa si legò strettamente alle grandi acciaierie locali, l’ILVA e La Magona, che inizialmente in vari modi collaborarono al consolidamento operativo, permettendo alla Proletaria di diversificarsi e di aprire altri spacci. Ma la stretta identificazione della cooperativa con il movimento operaio comunista la rese oggetto di attacchi da parte dei governi centristi scelbiani dei primi anni ‘50, mentre anche la grave crisi delle grandi acciaierie toglieva l’appoggio che queste precedentemente le avevano dato.
 
Nel 1954, “La Proletaria”, nel bel mezzo della crisi generale della città, dovette affrontare lo sfratto della sua sede sociale, del suo spaccio centrale e di un altro spaccio in affitto da una società controllata dall’ILVA. La assemblea dei soci appositamente convocata per la soluzione del grave problema mostrò un vero attaccamento alla cooperativa, proponendo di devolvere metà del ristorno del 1955 ad aumento del capitale sociale, che sarebbe stato utilizzato per l’apertura di nuovi spacci. Un altro problema dovette essere affrontato contemporaneamente: la vendita rateale di abbigliamento agli operai, che era stata garantita dalle aziende attraverso buoni di credito, dovette passare interamente a carico della cooperativa attraverso l’emissione di cambiali. I problemi finanziari, dopo il rifiuto della Magona di concedere un prestito garantito dagli operai soci, vennero tamponati con un prestito della Banca Nazionale del Lavoro (che gestiva un fondo apposito per la cooperazione) e con nuove sottoscrizioni di quote sociali.
 
Nel 1952-53 si fecero le prime fusioni con cooperative contigue (La Proletaria di Riotorto) e poi con la Cooperativa di Consumo del Popolo di Rio nell’Elba, mentre nuovi spacci venivano aperti a Piombino e all’isola d’Elba. Nel 1955 gli spacci erano 25 e i soci 8.000. Nella seconda metà degli anni ’50 si imboccava con successo la strada del self-service e si rinnovavano gli automezzi e le attrezzature. La Proletaria si rivelò una cooperativa solida, capace di azioni di solidarietà nei confronti di altre cooperative in difficoltà e molto attenta alle iniziative sociali rivolte ai soci (doposcuola, colonie, circoli culturali, attività sportive, gite sociali) e alle ricadute sul territorio. Nel corso degli anni ’60 ebbe inizio l’attenzione per la radicale modernizzazione della rete e per l’espansione fuori dalla provincia di Livorno verso il grossetano. Nel 1965 si realizzò la fusione con le cooperative della Val di Cornia; nel 1966 quella con le cooperative di Zavorrano e Scarlino; nel 1967 quella più importante con l’Alleanza Grossetana cooperative di consumo, che aveva 39 punti vendita, di cui solo 12 vennero rilevati. Nel 1969 fu inaugurato il primo supermercato a Piombino in Via Gori e nel 1971 venne perfezionata la fusione con la cooperativa La Fratellanza di Rosignano Solvay.
 
Gli anni ’70 videro l’espansione della Proletaria in Lazio, con l’apertura nel 1972 del primo supermarket a Roma, in Largo Agosta, e di un altro a Viterbo. Nel 1975 si inaugura il centro commerciale di Livorno, in località La Rosa, primo dei numerosi che, insieme ai supermercati, andavano a sostituire i piccoli punti vendita ereditati dal passato. Ma la penetrazione in Lazio aveva bisogno di un salto di qualità, che venne reso possibile nel 1990 dall’acquisizione della catena privata di supermercati Stella Market spa, presenti nel Lazio meridionale, catena che venne ben presto riconvertita ai valori e allo stile della Coop. La trasformazione venne completata nel 1991 con il mutamento di denominazione in Coop Toscana Lazio, che meglio rispecchiava la nuova identità della cooperativa.
 
Nella seconda metà degli anni ’90 la nuova Coop Toscana Lazio, sostenuta dall’ANCC, si interessò alla prospettiva di sostituire proprie strutture a quelle assai in crisi delle piccole cooperative di consumo locali della Campania, perché la coop non venisse estromessa da quella regione popolosa e strategica. La sfida fu molto dura, come ci ha testimoniato l’attuale presidente di Coop Toscana Lazio Aldo Soldi, che in cooperativa era entrato nel 1978 e da allora aveva partecipato in vari ruoli alla sua vita fino a diventarne presidente nel 1999. Fortissime furono infatti le resistenze da parte degli equilibri economici e di potere locali. Il primo ipermercato costruito in Campania, quello di Avellino, fu aperto tre volte, perché le prime due volte ne fu ordinata la chiusura con pretesti vari. Il secondo ipermercato, quello di Afragola, dovette attendere per la sua apertura che l’intero consiglio comunale venisse sciolto. Ciò non poteva non manifestare un impatto fortemente negativo sul ROI della cooperativa, che è stato in rosso dalla metà degli anni ’90 fino al 2001, anno a partire dal quale finalmente tutti e due gli ipermercati sono rimasti definitivamente aperti. La soddisfazione, tuttavia, fu grande nel vedere il favore con cui opinione pubblica e consumatori accolsero le nuove strutture, che riuscirono nel giro di breve tempo non solo a recuperare il tempo perduto, ma anche a raccogliere attorno a sé migliaia di soci. Nel corso del 2002, le vendite lorde della cooperativa si suddividevano in un 50% circa in Toscana, 33% in Lazio e 17% in Campania.
 
Coop Toscana Lazio è anche impegnata in un coordinamento con le medie cooperative locali per i negozi di vicinato (si veda il par. 8.1.): con Coop Unione Ribolla ha costituito un gruppo paritetico, tra i primi in Italia che sfruttano la nuova legislazione, con molte attività in comune, mentre si sta perfezionando la fusione con Coop Tevere.
 
Fonte:
V. Zamagni, P. Battilani, A. Casali, La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino, 2004.
 
Libro:
Ivan Tognarini (a cura di), Dalla Proletaria a Unicoop Tirreno. La cooperazione di consumo nell'Italia tirrenica (1971-2004), Bologna, Il Mulino, 2005.
 
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