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 Giuseppe Mazzini

(Genova 1805 – Pisa 1872) I suoi primi anni di vita, segnati da una condizione fisica abbastanza delicata, furono particolarmente ricchi di stimoli, sia per l’azione educatrice della madre sia per l’opera di alcuni istitutori. Nel 1827 si laureò regolarmente, ma intanto, parallelamente alla conoscenza dei codici, aveva portato avanti con passione tutta romantica lo studio della letteratura, intesa soprattutto come testimonianza di vita civile e come specchio della condizione morale di un popolo. Veniva così abbozzandosi nelle sue prime riflessioni la critica dell’Europa uscita dalla Restaurazione, e si delineava con sempre maggior precisione l’idea di un riscatto della patria italiana mortificata in una condizione di inarrestabile decadenza alla cui origine stava la storica divisione territoriale della penisola.
 
Tra il 1828 e il 1830 Mazzini intensificò sia l’attività di giornalista, sia quella di cospiratore affiliato alla Carboneria genovese. Gli accadde, però, che dopo un viaggio in Toscana finisse nella trappola tesagli dalla polizia. Arrestato e incarcerato a Savona il 13 novembre 1830, spese i due anni e mezzo che durò la sua detenzione a meditare sui limiti di un’esperienza come quella appena fatta e sulla necessità di superarla, rinnovando i programmi e rendendo più chiari gli obiettivi. Quando il 28 gennaio 1831 lo prosciolsero per mancanza di indizi, preferì l’esilio al confino in un paesino sperduto del Piemonte e si trasferì in Francia, convinto che presto sarebbe tornato in Italia sulla scia di una rivoluzione vittoriosa.
 
Ma l’insuccesso della rivolta fu per Mazzini una prova ulteriore della debolezza della Carboneria e della ristrettezza dei suoi metodi e delle sue vedute: perciò, nel fondare a Marsiglia la Giovine Italia (luglio 1831), considerò basilare per il futuro di questa nuova società la trasparenza dei princìpi e dei programmi che sintetizzò in una formula (creare la nazione italiana «una, indipendente, libera e repubblicana»). Ma i primi tentativi insurrezionali promossi dalla Giovine Italia, a Genova nel 1833 come in Savoia nel 1834, andarono completamente falliti, lasciando dietro di sé uno strascico tragico di persecuzioni, processi ed esecuzioni capitali.
 
Costretto a cercare rifugio in Svizzera, Mazzini pensò allora di imprimere un colpo d’acceleratore all’organizzazione rivoluzionaria, contrapponendo alla Santa Alleanza dei Re la Santa Alleanza dei popoli: nacque così a Berna, nel 1834, la Giovine Europa, il cui scopo principale era quello di raggruppare in un organismo unico le forze rivoluzionarie di tutti i paesi che, come l’Italia, aspiravano alla libertà. Questa prospettiva, però, pur vedendo Mazzini impegnatissimo sul piano teorico, sul piano concreto produsse ben pochi risultati. Espulso dalla Svizzera, all’inizio del 1837 Mazzini si stabiliva a Londra.
 
La ripresa del lavoro politico fu lentissima e travagliata da problemi che toccavano anche il piano personale. Per qualche anno i giornali (l’«Apostolato Popolare», ad esempio) e le attività educative (la Scuola italiana di Londra per i bambini poveri) assorbirono Mazzini, distogliendolo dall’organizzazione dell’insurrezione. Poi gli avvenimenti del 1848 lo rituffarono nella politica vissuta in prima persona, riportandolo in Italia dopo una sosta a Parigi, dove ai primi di marzo 1848 aveva costituito l’Associazione Nazionale Italiana in cui erano confluiti esponenti delle più varie sfumature del liberalismo italiano. Presente a Milano nei mesi successivi all’insurrezione delle Cinque Giornate, Mazzini tenne una difficile posizione intermedia tra i democratici più avanzati, fautori di una soluzione repubblicana, e i sostenitori dell’alleanza con il Piemonte monarchico. Ad agosto, ritornati gli Austriaci, riparò in Svizzera, sforzandosi di creare da lontano le condizioni per un rilancio della lotta armata che avesse a protagonista il popolo e non più le forze moderate.
 
L’anno dopo era a Roma, alla testa, dal marzo 1849, di quel triumvirato che resse le sorti della Repubblica Romana; guidò la resistenza all’invasione degli eserciti alleati spediti a rimettere il papa sul trono e animò la difesa della città contro gli assalti del corpo di spedizione francese. Dopo la resa della città (3 luglio 1849), Mazzini riprese la via dell’esilio senza desistere affatto dai suoi progetti politici. Ma il moto insurrezionale del 6 febbraio 1853 a Milano con il suo esito disastroso fu un colpo durissimo per l’intero movimento mazziniano che rimase paralizzato a lungo. Questa fase di riflusso visse poi un altro dei suoi momenti più critici con il fallimento dei moti dell’estate del 1857 e con la tragica conclusione della spedizione di Sapri in cui perse la vita, tra gli altri, Carlo Pisacane.
 
Dal complesso di queste vicende e dal contemporaneo profilarsi delle ipotesi moderate per la soluzione del problema nazionale si ricavò la sensazione di un declino lento ma costante del movimento repubblicano. Gli anni 1859-60, che portarono il paese all’unificazione sotto l’egida della monarchia piemontese, ebbero in Mazzini più uno spettatore passivo che un protagonista. La distanza di Mazzini dalle istituzioni si approfondì nel primo decennio di vita del Regno d’Italia, quando la sua figura assurse definitivamente al ruolo di coscienza critica di una esperienza di liberazione che era rimasta in sospeso (il Veneto e Roma non erano ancora stati liberati) e di una prassi politica che aveva privato la gran parte della popolazione della possibilità di esprimersi sul tipo di istituzioni da dare alla nuova Italia.
 
Nacquero allora, sotto il suo impulso, le prime società operaie; il loro segno distintivo erano, assieme alla tutela degli interessi dei lavoratori e al richiamo costante alla loro emancipazione, l’attenzione per la situazione interna del paese e il desiderio di contribuire al suo progresso con una presenza non marginale nella vita nazionale. Poi presero le mosse gli ultimi piani insurrezionali mazziniani che ebbero infelice attuazione nella primavera del 1870. Lui stesso l’11 agosto di quell’anno partiva per la Sicilia, sperando che potessero avervi buon esito i preparativi di un moto popolare cui da tempo stava lavorando con i più fidati dei suoi seguaci. Arrestato al momento dello sbarco a Palermo, fu rinchiuso nel carcere di Gaeta. Liberato il 14 ottobre per amnistia, risalì la penisola e, dopo un breve soggiorno in Svizzera, fece ritorno a Londra.
 
Gli restava da combattere ancora una battaglia a difesa dell’integrità morale di un movimento operaio che gli appariva non immune dai germi del socialismo, divenuti particolarmente contagiosi dopo le vicende della Comune di Parigi della primavera del 1871. Profuse dunque le energie che gli rimanevano negli articoli scritti per il suo ultimo periodico, la «Roma del Popolo», da dove polemizzò aspramente con la visione marxista della società, fondata sul materialismo, la lotta di classe e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Nel novembre del 1871 promosse il «Patto di fratellanza» delle società operaie italiane che propugnava il principio dell’associazione e della fratellanza tra tutte le classi. Moriva a Pisa 10 marzo 1872.
 
 
Per approfondire:
Luigi Ambrosoli, Giuseppe Mazzini: una vita per l’unità d’Italia, Manduria, Lacaita, 1993 
Denis Mack Smith, Mazzini, Milano, Rizzoli, 1993.


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