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 Associazione Generale delle Cooperative Italiane

In Italia, a differenza di altri paesi, la cooperazione si è polarizzata attorno a due filoni principali: uno che si ispira alla matrice cattolica, tipica dei piccoli proprietari agricoli e l’altro che si ispira a quella marxista, propria dei braccianti della Valle Padana. Questa situazione evidentemente ha portato il movimento cooperativo italiano ad organizzarsi attorno a più associazioni di cooperative. Infatti nel 1886 veniva costituita la federazione delle società cooperative italiane, trasformatasi poi in Lega Nazionale delle Cooperative, rimasto organismo unitario di rappresentanza e tutela delle imprese cooperative fino al 1919 quando per il distacco dei cattolici venne costituita la Confederazione delle Cooperative Nazionali.
 
Lega Nazionale delle Cooperative e Confederazione Cooperative Nazionali vennero poi sciolte nel 1925 ad opera del regime fascista, che nell’insieme svolse un’azione repressiva sullo sviluppo della cooperazione. Nel ritornato clima di libertà dell’immediato dopoguerra (1945) le due centrali vennero ricostituite sotto il nome di Confederazione Cooperative Italiane, cui aderirono le cooperative di ispirazione cattolica, e di Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue cui aderirono le cooperative di ispirazione comunista, socialista, repubblicana.
 
A queste venne ad aggiungersi nel 1952 un’altra associazione riconosciuta e cioè l’AGCI. All’atto costitutivo - avvenuto a Roma il 29 ottobre 1952 - parteciparono assieme a sei cooperative laziali, ad una cooperativa di Parma, ad una cooperativa di Reggio Emilia, anche due cooperative di Ravenna: l’ACMAR e la Cooperativa Contadini di S. Bartolo. E’ importante sottolineare la presenza di queste due esperienze associative perché il nucleo forte dell’Associazione generale delle cooperative italiane era costituito dalla cooperazione romagnola, e ravennate in particolare, che aveva rivestito un ruolo fondamentale nel promuovere l’operazione.
 
Già dal 1910, ad opera del cooperatore Pietro Bondi, il mondo repubblicano ravennate si era organizzato con una propria struttura, costituendo il "Consorzio Autonomo delle Cooperative della Provincia di Ravenna". Il Consorzio non aderiva a nessuna delle due centrali cooperative esistenti. Esso era composto da cooperative agricole, di produzione lavoro, di consumo, di braccianti e muratori, pescatori, commercianti e artigiani e prime fra tutte, di contadini e macchine per l'agricoltura.Complessivamente erano ad esso aggregate oltre 50 cooperative fra cui il C.C.P.A. - Consorzio Cooperative Produttori Agricoltura, nato nel 1909, e considerato uno dei pilastri della cooperazione agricola dell'A.G.C.I., ancora oggi esistente. Il Consorzio fu fatto fallire nel 1926 a causa della manovra distruttiva della segreteria locale del Fascio, alla quale Bondi aveva fermamente rifiutato la possibilità di fare aderire cooperative di estrazione fascista, per non divenire organismo di rappresentanza del regime.
 
Gli avvenimenti che nel secondo dopoguerra a Ravenna condussero alla nascita dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane (AGCI) hanno assunto una importanza che va ben oltre lo spazio tipico della storiografia locale. L’Associazione nacque da un aspro confronto sul modo di concepire la cooperazione che vide protagonisti i movimenti popolari rappresentati dal repubblicanesimo, da un lato, e dal mondo social – comunista, dall’altro.
 
I repubblicani premevano per una concezione maggiormente imprenditoriale, per cui la cooperativa avrebbe dovuto organizzarsi secondo moduli in grado di garantire la piena autonomia gestionale e la completa concorrenzialità con le altre imprese, fatto salvo, ovviamente, il principio mutualistico e di tutela del socio lavoratore, che veniva a valorizzarsi proprio grazie a queste prerogative. Socialisti, comunisti e, sotto certi punti di vista, anche cooperatori cattolici, insistevano più sul carattere politico – assistenziale.
 
Dal punto di vista ideologico, ispirandosi al pensiero mazziniano, il movimento cooperativo repubblicano considerava il sistema basato sull’impresa cooperativa come una palestra di educazione morale, unica e vera base per l’elevazione politica e sociale delle classi lavoratici. Fra l’immorale capitalismo monopolista e le dottrine rivoluzionarie di stampo marxista, l’esperienza associativa repubblicana rappresentava dunque la terza via additata dalla dottrina mazziniana.
 
Libertà di adesione e di abbandono, uguaglianza dei soci, indivisibilità e perpetuità del capitale collettivo, riparto degli utili a seconda della qualità del lavoro svolto: questi erano i principi in cui si realizzava lo spirito autentico della cooperazione.
 
Secondo i repubblicani, dunque, la cooperazione doveva innanzitutto essere libera. Tale libertà aveva una doppia valenza, per cosi dire “interna” ed “esterna” alla cooperazione stessa. Nel primo caso essa significava l’autonomia dei singoli nell’ambito dell’organizzazione di aderire e di ritirarsi senza limitazioni e senza condizionamenti di sorta. Nel secondo caso si traduceva nell’indipendenza da ogni ingerenza esterna, e cioè dallo Stato e dai partiti.
 
La vittoria del mazzinianesimo puro e del cooperativismo all’interno del PRI favorì ulteriormente la differenziazione rispetto alle formazioni di matrice marxista, al cui interno la crescente supremazia del PCI e la graduale emarginazione del Partito socialista, dei settori eredi dell’antico riformismo costituirono, dal canto loro, un potente fattore di polarizzazione. La polemica politica e ideologica fra PRI da un lato e PCI–PSI-PSIUP dall’altro si traduceva cosi nella irriducibile divaricazione fra la via verso la meta della libera proprietà diffusa e associativa, secondo gli ideali mazziniani, e quella rivolta all’obiettivo finale del collettivismo marxista. Il progressivo deterioramento dei rapporti fra repubblicani e socialcomunisti era, quindi, destinato a diventare sempre più accentuato sia a livello nazionale che a livello locale, in particolar modo a Ravenna, dove, nel primo ventennio del secolo, il PRI era stato il partito del governo della città e delle grandi organizzazioni economiche e sociali, quelle cooperative in primo luogo.
 
Con la fine della seconda guerra i repubblicani cominciarono a prendere in considerazione l’ipotesi della ricostituzione di un movimento indipendente che recuperasse il substrato sociale del movimento repubblicano, cioè quello della mezzadria, della piccola proprietà e del piccolo affitto.
 
Il primo passo fu, a Ravenna, la nascita il 6 aprile 1946 del “Consorzio fra le Cooperative Contadini della Provincia di Ravenna”, seguente alla perdita della Cooperativa Muratori e Cementisti, fiore all’occhiello del movimento ravennate e composto, per la maggior parte, di soci di tendenza comunista e socialista.
 
La perdita della CMC fu un colpo pesantissimo per il PRI, un evento emblematico la cui lunga durata è la testimonianza migliore dell’effetto dirompente prodotto nell’immaginario collettivo del repubblicanesimo locale. Negli anni successivi quello della coesistenza, all’interno della cooperativa, della minoranza repubblicana e della maggioranza social comunista sarebbe diventato uno dei più aspri motivi di conflitto fra i due partiti, e un fattore che avrebbe contribuito enormemente a avvelenare l’atmosfera all’interno del movimento unitario. Nell’immediato è probabile che l’esempio della CMC avesse come maggiore effetto quello di spingere i repubblicani sulla strada del movimento cooperativo autonomo. Una strada, del resto, che per i repubblicani dal punto di vista politico e sociale si presentava più sicura: quello della mezzadria e della piccola proprietà contadina.
 
Questo fu l’indirizzo politico che sostennero importanti esponenti del movimento repubblicano come Pietro Bondi, vero leader del partito repubblicano ravennate, Aldo Spallicci, direttore del settimanale “La Voce di Romagna”, Alieto Giorgioni, direttore amministrativo della CMC, Piero Sighinolfi, famoso radiologo e ardente mazziniano, e molti altri. Nell’arco di poco più di sei anni si riuscì a creare una rete di oltre 70 cooperative e consorzi repubblicani: dopo il 1946, si ebbe, tra il 1949 – 50, la nascita delle prime cooperative autonome dei braccianti, nel 1951 la costituzione dell’ACMAR, Associazione Cooperativa Muratori e affini di Ravenna, nel 1952 – 53, la nascita della Cooperativa Pensiero e Azione, del Consorzio Case Repubblicane e del Consorzio fra le Cooperative agricole di produzione e lavoro, di consumo ed edilizie della provincia di Ravenna, fino agli sviluppi economici e alle battaglie politiche degli anni 60. Oggi l’Associazione, pur rimanendo fortemente radicata al suo territorio di origine, ha saputo mantenersi al passo coi tempi e con le nuove esigenze di mercato, anche grazie ai grandi processi di fusioni ed incorporazioni fra cooperative dell’AGCI e con importanti realtà cooperative di altre centrali.

Sito internet

Regioni 

Cooperative 

Soci

Fatturato in Mld di lire

Piemonte

305

16.805

574

Valle D'Aosta

1

20

4

Lombardia

414

20.799

969

Trentino

0

0

0

Veneto

197

6.248

157

Friuli

107

5.638

215

Liguria

79

1.984

73

Emilia Romagna

472

75.141

2.109

Tot. Sett.le

1.575

126.635

4.101

Toscana

187

8.589

195

Umbria

43

1.186

87

Marche

122

7.840

349

Lazio

780

39.754

1.135

Abruzzo

127

6.636

75

Totale Centro

1.259

64.005

1.841

Molise

40

1.302

73

Campania

776

17.389

412

Puglia

364

15.255

327

Basilicata

159

3.441

163

Calabria

120

2.417

13

Totale Mer.le

1.459

39.804

988

Sicilia

1.072

32.258

725

Sardegna

233

4.831

105

Totale Insulare

1.305

37.089

830

Totale al 31/12/2001 fatt. in miliardi

5.598

267.533

7.760



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