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 Capri - Cooperativa Autotrasporti Partigiani e reduci di Imola -

All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, la cooperazione di trasporti si sviluppò rapidissimamente in tutta l’Emilia-Romagna. Incoraggiata e sostenuta dal Comando Militare Alleato e dai vari Comitati di Liberazione Nazionale, si presentava come una galassia di piccole imprese, precarie, senza grandi capitali, ma animate da un forte spirito propositivo. In generale, questi sodalizi intrecciavano una cultura “tradizionale”, della cooperazione fra birocciai, e una dimensione quasi “militare”, visto che una larghissima parte dei soci erano ex-partigiani o reduci. In questa maniera si era voluto facilitare l’inserimento, o il re-inserimento, nel lavoro degli ex-combattenti, per evitare che la disoccupazione fra queste fasce sociali potesse favorire soluzioni politiche eversive.
 
Le neonate cooperative di trasporti, accanto ai classici birocci, si trovavano a gestire anche dei piccoli parchi di autoveicoli militari, momentaneamente destinati ad un uso civile. Ad Imola, nel 1946, era nato il GAP – Gruppo Autotrasporti Partigiani – che non era altro che uno dei tanti organismi di questo nuovo modello di associazionismo cooperativo: un anno dopo, il nome veniva cambiato in Cooperativa Autotrasporti Partigiani e Reduci di Imola (CAPRI).
 
Sul finire degli anni quaranta, la graduale normalizzazione dello scenario politico e sociale, i grandi progressi compiuti in ambito ricostruttivo, e la transazione economica verso un mercato concorrenziale, misero in crisi la maggioranza delle cooperative di autotrasporti. Queste, infatti, si caratterizzavano per un difetto di competenze e, soprattutto, di grandi capitali, indispensabili per passare dai trasporti su carro a quelli su veicolo a motore; la liquidazione o il fallimento interessarono il 60-70% e, in certe aree, anche il 90% delle cooperative fra birocciai e partigiani. La CAPRI fu tra le poche società che superarono la crisi, con la complicità di un aiuto da parte della Lega, alla quale nel frattempo aveva aderito. Non fu un percorso di maturazione lineare e rapido, visto che durò più di un decennio, ma certamente fu originale ed inedito. Contrariamente alle altre cooperative del settore, la CAPRI non si incaponì nel tentare con ogni mezzo di contrastare la concorrenza privata, anzi, comprese quasi subito che per sopravvivere occorreva cambiare completamente ambito operativo. Nel 1949 iniziò il commercio di lega da ardere e – dopo un infelice intermezzo in ambito edile – allargò l’attività mercantile ai lubrificanti ed ai combustibili. Dopo un’altra infruttuosa parentesi nella produzione di macchine agricole, nei primissimi anni sessanta arrivò il successo economico.
 
La stipulazione di un contratto con l’URSS per l’importazione di carburanti permise alla CAPRI di inserirsi compiutamente in un mercato che, di lì a poco, si sarebbe sviluppato rapidissimamente, in conseguenza della progressiva motorizzazione. Dopo, sarebbe stata una continua crescita, possibile grazie a nuovi accordi con l’AGIP, ad un precoce interessamento nel settore metanifero, alla subitanea introduzione dei self-service nei vari distributori. La stessa crisi petrolifera degli anni settanta e la conseguente politica di austerity inaugurata dai governi italiani, furono solamente un episodio congiunturale nella storia della CAPRI.
 
Negli anni ottanta e novanta la società continuò ad essere una delle imprese del settore più all’avanguardia, sempre tra le primissime a livello nazionale a sperimentare innovazioni tecniche ed organizzative (carta di credito personalizzata, inserimento nel settore agricolo in conseguenza della scomparsa della Federconsorzi, introduzione del biodisel, ecc.).
 
Oggi la CAPRI rappresenta una delle principali realtà cooperative del distretto imolese.
 
Fonti:
Rino Minganti – Giuseppe Pelliconi, Uno specchio per il futuro. La Storia della Capri. Dalla cultura della solidarietà alla cultura d’impresa, Imola, La Mandragora, 1996.


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