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 Acmar

La cooperazione che si richiama agli ideali del mazzinianesimo e al pensiero socialdemocratico ha nella provincia di Ravenna una delle tradizioni più fiorenti. Nel 1915, in seguito ad alcune divergenze politiche tra socialisti e repubblicani diverse cooperative furono interessate da uno scissionismo di alcuni soci che andarono a formare nuovi sodalizi di orientamento mazziniano.
L’avvento del fascismo, dopo una fase iniziale essenzialmente distruttice, determinò una fusione coatta tra organismi omologhi che operavano sullo stesso territorio: vennero dunque accorpate cooperative socialiste e repubblicane. La caduta definitiva del regime, all’insegna dell’unità antifascista, non si concretò inizialmente in una nuova divisione degli organismi autogestiti, all’interno dei quali continuarono a lavorare soci di culture politiche differenti.
 
Sul finire degli anni quaranta, lo scivolamento della Lega da posizioni riformiste su altre decisamente più massimaliste, originò una frattura fra socialcomunisti e “laici” (cioè repubblicani e socialdemocratici) che nel ’52 diedero vita ad una propria centrale cooperativa, l’AGCI. Un anno prima, alcune decine di lavoratori della Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna (CMC) – in massima parte simpatizzanti del PRI e del PSDI – erano fuoriusciti dall’impresa per fondare l’Associazione Cooperativa Muratori e Affini di Ravenna (ACMAR). Si trattava di una forma di rifiuto della linea operaista, all’epoca perseguita dala Lega e dalle sue associate, che finiva per penalizzare i tecnici, e si concretava in vari tentativi di loro esclusione dai processi decisionali e in una remunerazione non adeguata.
 
I primi anni della ACMAR furono caratterizzati da un persistente ma comprensibile boicottaggio da parte della Lega, che però non riuscì né nell’intento di far fallire la neonata azienda, né in quello di far rientrare i soci secessionisti alla CMC. Superati i primi ostacoli, l’ACMAR si inserì proficuamente in alcuni appalti locali, scorporati da lavori più grossi (polo petrolchimico, porto di Ravenna), e acquisì una notorietà che ben presto travalicò i confini regionali.
 
Dopo le crisi congiunturali degli anni settanta, che incisero significamente sul settore edile, l’ACMAR iniziò una politica di alleanze consortili con altre imprese, finalizzata all’acquisizione di commesse di maggior mole, per le quali la concorrenza era meno agguerrita e il capitolato più redditizio.
 
Negli anni ottanta si arrivò alla stabilizzazione di un rapporto di collaborazione, che consentì un ampliamento del giro di affari. Con la crisi di “tangentopoli”, che bloccò per diversi anni il mercato delle opere pubbliche, l’ACMAR ridimensionò notevolmente la sua azione in questo segmento, e si orientò invece verso l’ambito dei progetti e delle realizzazioni immobiliari in proprio. In questa fase, si consolidò la consapevolezza che una trasformazione da impresa esecutrice ad impresa promotrice di iniziative avrebbe consentito di espandere ulteriormente il campo di intervento e il fatturato, e di spostare il core business su un fronte di mercato decisamente più dinamico di quello degli appalti pubblici.
 
A metà degli anni novanta, in virtù della politica di allenza consortile, si può oramai parlare di Gruppo ACMAR; esso va a specializzarsi nel settore ferroviario, e oggi può esprimere una importante presenza poiché è in grado di produrre dall'opera civile, all'armamento, al tecnologico, attraverso sinergie anche commerciali, come accaduto di recente per il completamento della stazione ferroviaria di Busto Arsizio all'interno del progetto "Malpensa 2000".
 
Fonti:
Mattarelli Sauro – Morgagni Pino – Morigi Paola, L’ACMAR di Ravenna e la nascita della cooperazione laica, Ravenna, Longo, 1991.
 
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